Chiacchiere d'istintivo

Quanto poco chiaro sia questo scenario birrario mi sembra ormai molto evidente.
Che il bere sia l'atto fondamentale e fondante la cultura stessa della birra è fuori discussione.
Bere come atto sociale, come legante, come qualcosa in più dell'ebrezza alcolica o della commodity pizza+birra. Questo è assodato ed è ovvio che la "fase 2" della rinascita birraria dovrebbe tendere a questo.

D'altra parte, però, trovo molta frammentazione e dispersione di concetti.
Non si può fermare il fiume in piena della birra artigianale che travolge tutto e tutti e mostra quanto sia un fenomeno "pigliatutto". Non si può neppure oscurare, per nessun motivo, la varietà di birre presenti sul mercato italiano ed internazionale perchè essa stessa rappresenta il cuore dell'interesse e del movimento di curiosi.

Però è mai possibile che chiunque assaggi due dita dell'ultima arrivata possa consigliare o sconsigliare a publican o titolari di attività di che birre rifornirsi?

Passi il fenomeno IPA, che ormai è entrato nelle corde dell'italiano medio.
Però lo sconvolgimento degli stili e le mille combinazioni possibili stanno facendo perdere qualsiasi bussola.
Imperial doppelbock, Triple IPA, Single hop, birre al miele o alla frutta come se fossero categorie con uno stesso criterio di classificazione.
Black IPA, Robust porter, American Imperial Stout e birre al caffè tutte sullo stesso piano.
Ci si rende conto di quanto pressapochismo si racchiude nell'associare certe parole?

Mi ha fatto davvero specie ascoltare il parere di due curiosi ed "un filo" appassionati di birra artigianale mentre al bancone facevano un confronto tra due Black IPA, la Emelisse Black IPA e la Toccalmatto B-Space Invader.
Non è un semplice dito puntato verso chi ha meno occasioni di approfondire e di informarsi, ma piuttosto verso la cultura di un approccio fin troppo facile ed accondiscendente racchiuso nelle più insensate chiacchiere birrarie da bar.

Secondo questi due ragazzotti, l'una sarebbe meglio dell'altra perchè si sentono i tostati mentre nell'altra il birraio non sarebbe stato in grado di ottenere questo risultato.

(!)



Senza voler sbroccare, dico solo una cosa: ma non è che per caso l'unico senso di una birra che ha avuto la sfortuna di chiamarsi con un nome orribile come Black IPA è quello di sembrare una IPA e di non far sentire i tostati quasi per niente?
Come si fa ad imbroccare il criterio opposto per valutare la bontà e la riuscita di una birra?
Che nessuno se ne uscisse dicendo "sì, ma è questione di gusti" perchè se no non vale.
Il tostato di queste birre, se c'è, è un punto a sfavore. Se lo vuoi, allora fatti una porter all'americana, non questa!

Non sei sicuro di cosa sia questo stile? Ma chiedi a chi te la spilla o te la serve.
Non è sicuro neppure lui? Concediti il beneficio del dubbio.
Non sei sicuro, ma allora non blaterare giusto per dare un tono tecnico alle chiacchiere.
Se no, se vuoi mandare sentenze senza senso, fallo ma non pretendere che i tuoi compagni di bevuta acconsentano o vadano dietro a questi finti oracoli.

Mi chiedo solo il perchè se non si conosce qualcosa ci si improvvisa ugualmente giudici o esperti della nuova era birraria. Quella che pian piano verrà ammazzata dalle sensazioni del momento e dal rating facile.
Per non parlare dell'abbindolamento del marchio e dell'etichetta che influenzano molto più di quello che sembra. Giudicare dalla pulizia dell'etichetta può essere un primo step, ma una volta gettate la bottiglia bisogna andare oltre. Se no mi prendo il miglior fumettista in circolazione e faccio bingo (ah...Mikkeller lo fa già? è vero, dimenticavo!).

Ed è così che le Black IPA (favolose come birre, non condanno mica loro ma gli occhi puntati solo su di esse) scompaiono dai frigo a ritmo di una cassa a settimana mentre la Taddy Porter di Samuel Smith's giace indisturbata ed ignorata.
Ad ognuno ciò che si merita!

Cheers!