La birra ai tempi dei social media

Non è un ottantenne che vi parla, dimostro qualche anno di troppo, certo, al massimo una cinquantina, dai...
Ma tale sono disposto a sembrare per esprimere le mie considerazioni sui social network e sul loro rapporto con mondo della birra artigianale, soprattutto quello italiano.

E' già chiaro già il mio atteggiamento di simbolica condanna, ho sbagliato inizio, ma meglio essere sinceri e chiari fin da subito.
Credo Facebook sia tanto apparentemente utile quanto inconsciamente deleterio per un qualsiasi giovane appassionato, e mi spiego subito.

In molti tra i pochi che mi staranno leggendo saranno iscritti al social network ed avranno, com'è lecito che sia, tanti contatti di gente più o meno importante di questo campo, con locali più o meno imperdibili, con birrifici più o meno cult ed affermati.
La naturale conseguenza di questa rete intricata di contatti è il grande numero di loro aggiornamenti di stato, di inviti ad eventi, di aggiornamenti riguardanti la nuova birra alla spina, riguardanti la nuova arrivata birra dello sperduto (bugia!) birrificio americano o magari riguardanti l'evento della sera precedente.

In una prima fase pensavo questo fosse una manna dal cielo, un'occasione unica di sapere cosa fanno dall'altra parte d'Italia o nel pub poco lontano da me dove non sono potuto andare causa compleanno della nonna.
Condividere è bello, soprattutto se alla base c'è un alimento/bevanda che lo permette ancora di più disinibendo e rallegrando gusti ed umori.

A lungo andare, però, questo comportamento mi sta stufando.

Prima di tutto scatta un certo senso di frustazione, di esclusione, di privazione in chi (mi riferisco a me stesso, in primis) non ha modo di recarsi una volta al mese a Roma o Milano per l'eventone e per la presenza del birraio di turno che tanto vorrebbe incontrare per una birra e due chiacchiere. Questo è amplificato dal fatto che chi scrive vive in una zona dove di birrai con la B maiuscola (non pugliesi...quelli li conosciamo ormai più che bene!) non c'è ombra.
Per la serie, "sto a rosicà?", sì. Sono disposto ad ammetterlo per sostenere la mia tesi.
L'effetto ultimo è quello che il birraio diventa semi-dio e la birra il sacro Graal, con un'impennata dell'interesse e delle dicerie che danno profitto in termini di popolarità, spesso ingiustificata e spesso a seguito di birre senza arte nè parte ma dalla grafica favolosa. Vuoi mettere che figo???
Poi magari la assaggi e te ne ricordi altre 10 di migliori in confronto.

C'è anche da dire che poi, appena si sparge a macchia d'olio la notizia della tale serata e della formula (vino vs birra piuttosto che serata stout o ecc...), via all'emulazione: all'inizio la soddisfazione di partecipare, di dire "io c'ero", poi l'imitazione in se' e la promozione dell'evento, elementi che ai miei occhi ne fanno scadere il fascino.
Un copia-incolla di idee con poca sostanza, o meglio con la poca che si riesce a reperire. Che senso ha fare giusto per fare e dare notizia di se'?



Stesso discorso per le birre ed i fusti, annunciati il tale giorno come nuova one-shot, ottenuto il lasciapassare dal guru di turno sul blog Vattelappesca e subito rincorsa per tutto lo stivale.
Poi magari viene annunciata come esclusiva il lunedì, primo giorno della settimana. Esclusiva dalla vita breve dato che il lunedì successivo ci sono altre 50 birrerie auto-proclamatesì indipendenti con la stessa birra attaccata alla spina.

Dov'è la ricerca? E' spesso solo una ricerca del nuovo, del clamoroso cercato sugli aggiornamenti della rete e su ratebeer, ormai sempre più Bibbia dei convertiti dell'ultim'ora.
Non si cerca mica assaggiando, valutando, discutendo con chi ti vende la birra. Per non parlare di viaggiare per andarsela a procacciare...qui si sfiora l'utopia.
Poi la birra arriva al pub e lì comincia l'assaggio, quando ormai i frigoriferi sono pieni.
Unico conforto è che il mese successivo quella birra sulla bocca di tutti sarà già sorpassata ed i clienti non ricorderanno nè colore, nè grado alcolico ma forse solo il prezzo.

I ritmi di diffusione di questo interesse sono altissimi, ci si affeziona e disaffeziona nel corso di una stagione.
Le notizie viaggiano talmente veloci da bruciare tutto subito e da livellare l'offerta birraria un po' dappertutto.

Quanta apparenza c'è...? Tanta, tanta davvero.

Sia chiaro, io sono il primo a seguire foto ed annunci di serate e di nuove birre...ma non sarebbe un po' il caso di far ragionare il proprio criceto, scegliersi le birre secondo la propria idea di locale non assecondando ciecamente le mode incarnate dai clienti più beoti, tracciando un percorso gustativo in cui al bancone o nei frigoriferi ci si possa perdere?
Ma non è che per caso stiamo giudicando un birraio o birrificio dalla quantità di foto/one shot/commenti sul web che fa piuttosto che per come brassa e per che filosofia adotta?
Per me, soprattutto in alcuni casi, sembra evidente sia così.

Fare, fare, fare...che poi il cliente medio ne beve una di birra, due se va bene...ma le foto poi sono 200, con tanti likes di invidia da far saltare l'explorer e far credere ai non presenti che quella birra ha fatto il botto.

Non dimenticherò mai quando, nei primi tempi del blog, un "certo" Nicola commentò i miei post-papiro su come si stava presentando la birra in Puglia così:
"Quando vi vedrò a XXX nell'unico posto che serve birra decente, bere una pinta senza fronzoli allora vi crederò.
Fino a quel giorno resterete solo dei grandi atleti delle falangi. 
Senza offesa eh..."
Questa fu la mia svolta, presi coscienza che si può sì parlare, condividere, acclamare il tale birrificio o desiderare il nuovo prodotto...ma senza bicchiere pieno non ha senso tutto ciò.

Io la birra preferisco cercarmela, informarmi su di essa, se necessario ordinarla anche online...ma se diventa media-pushed, spinta dai media e fatta desiderare...mi stufa e potrebbe assuefare i clienti medi stessi.
Ho come l'impressione che avere la birra del birrificio YYY sia diventato più status simbol che funzionale all'offerta che si vuol dare al cliente.

Esempi? Quanti hanno Cantillon nei locali ma nè sanno precisamente di cosa si tratti nè sanno servire o conservare un lambic? Si possono prendere anche nomi blasonati italiani e non, che fanno sempre più scena e scenografia.

Lo spunto è stato questo articolo su Phily Beer Scene, che sicuramente sviscera in maniera più politically correct quello che io con poco ordine e molta bile fuori controllo ho provato a scrivere.
E che pone la domanda: ma questa svolta social della condivisione della birra sta estendendo la semplice conversazione tra birraio, distributore, pub e consumatore o la sta rimpiazzando?
Se da un anno all'altro Facebook dovesse passare di moda...che fine farebbe tutta la massa di pseudo-entusiasti o appassionati?
Vorrei davvero essere presente dietro ogni pc per capirne le reazioni, i comportamenti di conseguenza a questa eventualità.

Che poi siano pippe è vero ed evidente...però, lasciamo in pace questa diavolo di birra.
Togliamo questi tappeti rossi, rimettiamo in giro le pezze per pulire i banconi.

Cheers!