Dublino, le sue birre e i pub imperdibili

Sapevo che il ritorno in Irlanda sarebbe stato un viaggio diverso dagli altri. Innanzitutto per il periodo, per l'astinenza da aeri che ci vede tutti coinvolti da un paio d'anni circa. E poi per il luogo in sè, dove ho passato forse i mesi che più mi hanno segnato dal punto di vista personale e birrario, avendoci trascorso un semestre in Erasmus ma la bellezza di 12 anni fa.
Ero inesperto e un po' ingenuo, ma ricordo perfettamente (qui il post) di essere stato affascinato dal mondo dei pub, della convivialità, del modo di intendere la birra.

A distanza di tanto tempo non sapevo cosa aspettarmi: la scena craft dell'epoca era assolutamente embrionale, ricordo di aver bevuto qualcosa di Metalman e ovviamente Porterhouse, uscendo dal classico monopolio di Guinness e dintorni. Devo dire che nel tempo alcuni aspetti sembrano rimasti uguali e identici, come una buona parte della capitale Dublino, mentre una certa attitudine craft è certamente venuta fuori meglio, nonostante le dinamiche non siano le classiche che possiamo riscontrare in Italia.

Questo post sarà una sorta di resoconto di viaggio, tra impressioni su pub e birrifici, nonchè un vademecum sui luoghi dove è consigliato andare. 
Ma andiamo con ordine, cominciando con la primissima tappa esplorata appena arrivato.

Volevo riprendere il discorso dei pub irlandesi, esplorati in abbondanza in centro a Dublino, a eccezione di alcuni posti iconici e storici che per diversi motivi non avevo visitato.


Approfittando della vicinanza con il mio alloggio, parto andando da O'Donoghue's, quello sito al 15 di Merrion Row (ce n'è un'altra sede a Suffolk Street). Il pub è uno di quei posti in cui ci sono passati tutti e dove ha preso forma una parte di scena musicale irlandese, essendo stato soprattutto un ritrovo per i live dei mitici The Dubliners.
L'atmosfera è già carica nel primissimo pomeriggio: gruppi di uomini in abiti eleganti consumano le loro Guinness in piedi attorno a un tavolo tondo...e mi sento già nel luogo giusto. Ordino una Guinness, pinta ovviamente: un flusso di ricordi mi pervade e provo ad aspettarmi qualcosa di molto lontano nella memoria, ma la realtà è in grado di sorprendere sempre se si è in grado di mettersi in ascolto dei sensi.


L'aroma è molto invitante, senza stranissime punte di cartone bagnato sentite in Guinness bevute in Italia. Qui il profilo è netto e pulito di caffè, mentre in bocca la morbidezza espressa dalla spillatura spalanca le porte a un gusto pieno, sicuramente monocorde ma piacevolissimo nonostante la temperatura glaciale di servizio. Non mi aspettavo di trovare una birra di questo livello, nonostante sostenga da tempo che quella delle Guinness buone solo in Irlanda sia un mito più che una realtà oggettiva. Mi sono smentito da solo, di fronte a un'evidenza conclamata.


Il pub comincia a riempirsi di gente man mano che si avvicina la sera e io vado da un'altra parte.

A piedi, anche se distante un paio di chilometri, raggiungo una delle realtà più moderne, ovvero il Brew Dock. Rientra nella galassia dei pub di proprietà di Galway Bay, birrificio sulla costa ovest dell'isola ma che è molto presente a Dublino proprio attraverso i suoi locali. Chiaramente la tap list è dominata da queste birre, mentre compare anche una handpump che però è fuori servizio. Mi è parso di capire, infatti, che nonostante la vicina e odiatissima UK, le birre in cask non vengano assolutamente concepite in Irlanda. Un po' proprio per contrapposizione alle abitudini inglesi, un po' perchè la morbidezza della spillatura qua è associata al servizio a carboazoto, cavallo di battaglia di Guinness.


Ad ogni modo ordino una Bay Ale, la irish red ale del birrificio di Galway. Sono molto interessato a questo stile perchè voglio rispolverarne i ricordi e le caratteristiche. Mi ritrovo di fronte a una birra molto semplice, come mi aspettavo, con leggeri accenni di caramello e cacao. Ritrovo in bocca quel caramello anche sul fronte della dolcezza, ma nonostante tutto scorre abbastanza facilmente.


Il luogo è alquanto moderno rispetto a un pub classico, ma conserva una sua rusticità, spezzata da toni caldi dell'arredo e dall'ambiente un po' punk.

So che ritroverò le Galway Bay un po' ovunque in giro, per cui approfitterò in seguito per andarle a bere anche altrove, e allora si va in direzione di un altro locale centrale (se la giocava con il pub Underdog, ormai chiuso in seguito alla crisi pandemica), sia a livello urbano che di popolarità.


È Against the grain, pub sempre a marchio Galway Bay (ne possiede 11 in tutta Dublino) ma passa per essere anche un contenitore per altre birre della scena irlandese e non. Le spine sono tantissime, ne ho contate ben 26. L'impostazione sembra quasi di stampo americano, con la vecchia Europa espressa attraverso i grandi classici che contrastano tantissimo con le novità modaiole della scena irlandese, inglese e non solo. Le tedesche sono rappresentate da Veltins o da Weihenstephaner, poca roba, mentre di irlandese spiccano le NEIPA di Whiplash, per esempio. Ne ordino una, la Space Operator: non il mio genere di birra, per la torbidità esagerata, il sapore scomposto di lievito e succhi esotici, la dolcezza, il pizzicore esagerato in gola. Purtroppo ho pescato molto male, ma questo la dice lunga su cosa faccia tendenza (anche) qui. Whiplash è lanciatissimo verso questo tipo di birre, ha praticamente solo IPA in produzione, spesso di stampo "hazy", ma non è il solo.


Altro nome irlandese di cui ho bevuto è DOT, una beer firm che opera poco fuori Dublino, specializzata negli affinamenti in botte. In realtà ho potuto bere Good Behaviour e High Note, rispettivamente micro IPA (nome che sta facendo sempre più spesso capolino) e session IPA. Entrambe abbastanza buone, non a livelli eccezionali in quanto a freschezza e vivacità dei luppoli nonostante il formato protettivo della lattina.


Il locale però è molto bello ed è molto frequentato, per cui merita sicuramente.

Il giorno successivo ho la fortuna di visitare e passare una intera giornata in un birrificio fuori Dublino (per motivi anche di lavoro per Lieviteria, ma questa è un'altra storia). Mi reco con l'head brewer Francesco Sottomano a Trim, lontana circa 40 km dalla capitale, dove ha sede Brù Brewery.


Le dimensioni sono pregevoli, pur rimanendo assolutamente nell'ambito del craft: impianto da 60hl con cantina intorno ai 1000 hl. Le birre che si realizzano qua sono tra le più disparate, ma mi colpisce moltissimo l'approccio molto facile e semplice alla produzione, che nonostante le apparenze restituisce birre molto molto precise e pulite. Le apparenze riguardano l'impianto, molto manuale e tipico dei birrifici anglosassoni, con ammostamenti monostep che si servono di semplice acqua calda per raggiungere la giusta temperatura di mash. Il tino di ammostamento, quindi, non è riscaldato e non è neppure fornito di pale motorizzate, per cui è il birraio che provvede con una pala a movimentare l'impasto e renderlo omogeneo il più possibile per la conversione degli amidi in zuccheri. Se questo è abbastanza comprensibile sull'impiantino pilota (piccolo, ma neanche tanto, dato che parliamo comunque di 350 litri per singola cotta), lo è meno sull'impianto principale di 6000 litri. Ma la potenza della biologia se ne frega delle congetture di noi uomini e consente a Francesco di tirar fuori mosti e birre molto interessanti, grazie anche a un'attenzione particolare su fermentazione e confezionamento.


Ho avuto il lusso di bere praticamente tutta la sua produzione, che va da una Helles a una Baltic Porter, da una APA a una Tripel e così via. Sono rimasto molto molto soddisfatto dalla bevuta della Stout, per l'occasione servitami alla spina in carboazoto: cremosità elevatissima, morbidezza estrema e bevibilità assurda, con un profilo tra cacao e caffè in polvere più presente che in altre stout.


Veramente pregevole, così come la Brown Ale, questa servita a pompa dal cask, essendo un test prima dell'invio di tantissimi altri cask in UK per un evento. Birra davvero ben fatta, con l'impronta nocciolata e di tabacco davvero esaltante, con uno strascico leggero di cacao e una grande freschezza. Quasi non sono riuscito a controllarmi con il boccalone di questa birra, che a temperatura ambiente (anche se c'erano 12°C al massimo) pian piano ha rilasciato i suoi toni di frutta secca rivelando un corpo per niente banale.


Riesco a ritrovare la Brù Stout al carboazoto anche nei pub del gruppo Brù, come il Brù House Kilmainham, situato nell'omonimo quartiere. Mentre è nel Bar Rua, situato a ridosso del noto quartiere Temple Bar, che trovo la Red Ale, interpretazione delle irish red ale su cui mi sono voluto soffermare. Qui la mano è più contemporanea, con impatto sì maltato e di leggero caramello, ma con un corpo più scattante, alleggerito dalla dolcezza minore e rinforzato da una piccola spinta agrumata da luppoli. Una birra che mi è piaciuta proprio tanto.

È il momento di tuffarmi più pesantemente nella scena dei pub di Temple Bar, folkloristico e animato quartiere racchiuse tra il fiume Liffey e le arterie principali della città. Uno dei luoghi che voglio rivisitare con piacere è certamente il Porterhouse Temple Bar, storico pub aperto nel 1996 e primo dei cinque posseduti dal birrificio (di cui uno a Londra presso Convent Garden).


Il birrificio Porterhouse, partito nel 1989 dall'idea dei cugini Liam La Hart e Oliver Hughes, partì da un sito a Bray (poco fuori Dublino), dove attualmente resiste uno dei pub, per espandersi successivamente nella capitale e diventare uno dei primi nomi craft irlandesi a livello cronologico e non solo. L'atmosfera del locale è molto caratteristica e si è distinta da sempre per le sue serate di musica live, con il palchetto posto esattamente al centro della tromba delle scale che servono per accedere ai vari piani.
Bevo anche qua la irish red ale di cui avevo un ricordo veramente buono: è la Porterhouse Red, ma i primi aromi purtroppo mi fanno immediatamente calare l'entusiasmo, sento forte presenza di DMS che ne condiziona tutta la bevuta.


Viro su un altro caposaldo, la Plain Porter e niente...anche qua grossi difetti, una fortissima salamoia e un sapore vegetale inaccettabile. Non riesco a berle, nonostante volessi davvero farlo anche per un legame affettivo, ma è talmente forte l'insieme di difetti e talmente è bassa la temperatura di servizio che sono costretto a lasciarle entrambe. Ipotizzo qualche problema legato alle spine, alla scarsa pulizia per bassissima rotazione dei fusti legata a questi periodi difficili, non avevo mai trovato problemi con le loro birre finora. Peccato.


Una passeggiata di nuovo lungo il Liffey schiarisce i pensieri e non si può non far tappa da JW Sweetman, storico brewpub del marchio che sostituisce un brewpub precedente, il Messrs Maguire, che a suo tempo avevo frequentato.


Gli impianti produttivi sono sempre qua, nei sotterranei, sfruttando il fatto che dal 1756 qui proprio il birrificio del politico e industriale Sweetman aveva il suo sito produttivo (successivamente rimasto solo taverna).
Gli interni sono rimasti quasi gli stessi, molto classici e romantici, mentre alla tap list convivono craft e crafty, come spesso accade qua. Prendo anche qua la Red Ale, che mi sembra molto buona, con una base maltata semplice, ottima facilità di bevuta, senza alcun difetto. Curioso vorrei assaggiare le altre a marchio JW Sweetman ma alcune non sono disponibili, nonostante compaiano alle spine.


Mi butto allora sulla Island's Edge, una irish stout che viene prodotta da Heineken ma negli stabilimenti di Cork. Parliamo quindi di una birra che ha mirato negli ultimi anni a fare da competitor alle stout nazionali, in primis Guinness ma anche Murphy's e Beamish nell'area di Cork (a sud dell'isola). Devo dire che la birra è alquanto buona, senza difetti, molto morbida e con il tostato al posto giusto. Non un capolavoro di personalità, ma un prodotto che si beve bene, facilmente, da tutti. È un fatto che mi lascia sorpreso ma neanche troppo, perchè sappiamo benissimo che quando le multinazionali sono chiamate a combattere duramente anche sulle abitudini qualitative dei bevitori, sono potenzialmente in grado di dare il meglio in termini produttivi (fermi restando tutti i vantaggi competitivi sull'approviggionamento materie prime rispetto ai craft ecc...)


Cambiamo completamente zona di Dublino, andando dal centro verso la periferia, nel quartiere di Inchicore, per fare una visita da Rascal's Brewing. Parliamo di una realtà molto moderna, fresca, che magari non ci si aspetta in una meta così tradizionale come può essere l'Irlanda.


Il sito è un capannone in cui sono concentrati sia il birrificio che la taproom in un concept molto simile a quanto ho visto a San Diego, quando sono stato da Pizza Port: Spine a parete, impianto molto in vista, colori sgargianti ovunque e orari di apertura ben più ampi di quelli serali. Il luogo mette a proprio agio qualsiasi appassionato nel mondo craft e lo si vede anche dalla rotazione delle birre stagionali presenti e dalla possibilità di fare dei flight di assaggio. Non lo faccio quasi mai, ma opto per questi ultimi per una questione di tempo.


In generale noto una mano abbastanza generosa sulle luppolature, che mi fa pensare che un birrificio del genere è perfettamente in linea ai trend europei e americani (con tutti i pro e contro del caso): la pils Born Sippy sembra molto pulita con un bellissimo maltato ma con un filo di luppolatura citrica che non passa inosservato, seppur piacevole. Buona anche la blanche Pilot #35, molto elegante senza scadere nel coriandolo eccessivo. Singolare la Strata Single Hop, ruffiana e molto beverina, improntata su uva bianca e un erbaceo unico. Un po' sui generis invece la pale stout Pilot #37, una birra leggermante ambrata in cui gli aromi artificiali aggiunti per ricreare una stout non fanno altro che dare l'impressione di bere un cioccolatino liquido e il tutto si palesa nella sensazione evidente di bere un tarocco. Fatta con tutti i crismi, ma decisamente non il mio stile di birra.


Il posto è molto bello, però: a livello di cibo propongono l'accoppiata con pizza al trancio all'americana, proprio come da Pizza Port, e per i giovani non può che essere un punto di ritrovo ideale per chi vuole uscire dai classici circuiti dei pub irlandesi.

Mi ritrovo, poi, di domenica mattina che ho visitato e bevuto più o meno tutto quello che avevo in testa come priorità. Provo a capire se c'è qualche taproom poco fuori Dublino aperta di domenica e la sola sembra essere a distanza di 60 km, non esattamente pochi, ma ben collegata e con un bus poco distante da dove mi ritrovo.


Decido di fare questa trasferta a sud della città, tra i monti di Wicklow, per andare a bere qualcosa nella taproom di Wicklow Wolf Brewing Company. Il birrificio nasce nel 2014 in un garage a Bray, nota località costiera poco distante, ma già nel 2018 si sposta qui a Newtownmountkennedy, piccolissima cittadina tra le montagne di Wicklow, in un'area industriale. Da qualche anno a dirigere il tutto c'è John Allen ex Brewdog e Fuller's ma irlandese di nascita, che ha lanciato ulteriormente in alto il birrificio tra collaborazioni e produzioni a raffica.


La taproom è molto particolare, perchè essendo aperta solo di giorno servono sia caffè di qualità che le loro birre. Arrivo all'apertura, mi presento e mi offrono subito un caffè e un breve tour del birrificio: impianto da 35 hl e una serie sterminata di fermentatori, di pallet di lattine e di fusti, con gente al lavoro anche di domenica. Davvero esaltante, così come la lista delle birre presenti, una marea in lattina e alcune selezionate alla spina. Inutile dire che le spine le ho bevute tutte, senza assaggi piccoli, avendo praticamente tutto il tempo a disposizione.


Parto con la session IPA Eden, molto invitante per la luppolatura di El Dorado, Sabro e Chinook, snella e super beverina come è giusto che sia. Proseguo con la Arcadia, descritta come lager ma in fin dei conti è una sorta di keller, senza un particolare carattere ma assolutamente degna di essere bevuta. Il pezzo forte arriva con la Wildfire, altra irish red ale però rivisitata con aggiunta di luppolo Sorachi Ace. Il tono di cocco del luppolo si sposa magnificamente con le note di cacao e frutta secca donate dai malti, con un finale tostato delicato ma percepibile. Una birra molto interessante, non stravolta rispetto allo stile anzi rivitalizzato. Mi concedo un finale con le due stout.


La prima è la Apex, oatmeal stout molto molto rotonda, per nulla stucchevole. La seconda ancora più sorprendente è la Nobò, coffee stout con cacao congolese e cocco tostato: morbidezza estrema senza dolcezza, profondità dei toni tostati altissima, caffè in sottofondo e una bevibilità comunque ancora alta. Mi è dispiaciuto davvero dover andare ma avevo terminato tempo e capacità epatiche. Wicklow Wolf è stata una vera sorpresa in termini di qualità, piglio, azienda e anche location.


Si torna in città per terminare il giro dei pub, tra ultimi classici immancabili e qualche novità.

Uno dei luoghi da consigliare per trovare qualche assaggio dei migliori birrifici irlandesi è il Craft Central. È un beer shop, o come si chiamano qui un Off Licence, una negozio che vende alcolici su licenza. La selezione viene fatta continuamente, ogni settimana, e c'è anche possibilità di acquistare direttamente online anche dall'Italia. Tra i frigoriferi dominano a tutto spiano le lattine e gli stili più moderni, tra IPA varie e fruit sour, ma c'è sempre qualcosa di tradizionale, naturalmente. Prezzi molto alla portata. Lo gestisce Radka, una ragazza di origine slovacca che ormai sta movimentando la scena birraria locale.

Anche con lei faccio un giro per alcuni degli ultimi locali più in voga del momento, come il Bonobo: atmosfera rilassata, arredi antichi abbinati a neo. Qui convive la modernità con la tradizione.


Discorso valido anche per Paddle & Peel, ma l'approccio torna a essere americano nel cibo, nell'offerta di birre, nell'atmosfera e nella musica. Ci fermiamo a bere qualcosa e assaggio una birra di un altro birrificio irlandese che avevo incontrato anni fa, Kinnegar. Purtroppo la Big Bunny, descritta come East Coast Style IPA, vira decisamente verso le nuove interpretazioni "hazy" e stanca davvero presto.

Ci sono passato davanti ma non ci sono andato, invece, in un altro pub relativamente nuovo, ovvero Guinness Open Gate. Il birrificio irlandese per antonomasia da qualche anno non si dedica più soltanto a stout, ma ha introdotto una serie di altre birre come porter, IPA ecc e recentemente anche tantissimi altri stili. Ha bisogno, evidentemente, di non sfilare nelle retrovie rispetto al sempre maggiore interesse nel craft, per cui produce anche piccoli batch di qualsiasi birra e le serve in questo pub nel complesso del suo quartiere, anche se solo in certi giorni e certi orari. Mi ha conoscere innanzitutto la mole di nuove birre e poi le varietà: si va dalle pils a fruit sour, senza mezze misure. E poi la capacità di creare in appena due anni di vita un punto di ritrovo con una certe personalità in un quartiere giovane e centrale.

Prima di lasciare la città ci sta un ultimissimo round per bere in posti iconici. Al The Cobblestone non riesco ad entrarci per via della lunga fila presente, ma sembrava davvero un posto molto tradizionale.

Meritano qualche parola, invece un altro paio di pub. Il primo è il Mulligan's, situato in Poolberg Street in strade buie dietro grandi palazzi del pieno centro. È il pub che non ti aspetti. decadente e rovinato dall'esterno, pullulante di vita e arredi di bell'aspetto all'interno. Si compone di due stanzoni e sul muro che le separa c'è un bancone a double-face, che sbuca sia da una parte che dall'altra.


Sempre molto belli i setti separatori tra aree diverse, che lasciano privacy per qualsiasi contesto si scelga, dallo sgabello alle poltroncine comode. La selezione non è tanto diversa da tanti pub, ma è stupendo vedere come la gente si ritrovi nel bel mezzo del pomeriggio. Sembra essere proprio uno di quei pub che non funzionano tanto di sera ma nelle ore subito successive alla fine del lavoro da ufficio, dato il quartiere governativo in cui sembra essere. Ed è questo che lo rende dinamico e davvero vitale.


Per l'occasione mi pare giusto ripassare la Murphy's Stout: la trovo glaciale ancor più del solito in Irlanda, anche se bellissima da vedere con la sua schiuma in un bicchierino alquanto vintage. Mi colpisce il suo finale lievemente astringente e acido, caratteristica che non ricordavo neppure e la distingue dalle altre stout bevute in questi giorni. Anche qui alle spine regnano i grandi birrifici, con nessuno spazio per l'artigianalità come c'è da aspettarsi in luoghi così attaccati alla tradizione. o meglio, alle consuetidini.

Chiudo in bellezza, avendo del tempo a disposizione per spostarmi in quello che era un quartiere molto vicino a quello dove ho vissuto per qualche mese. Faccio una bella camminata verso nord e mi reco in zona Glasnevin e prendendo qualche stradina secondaria arrivo vicino al cimitero, a cui è attaccato il pub John Kavanagh "The Gravediggers". Il pub è scarno, non grandissimo ma una vera gemma perchè conserva tutte le aree con separazioni varie, senza cibo, senza sport in TV, con la sola regola non scritta di parlarsi l'un l'altro.


È pienissim

o anche questo e subisce una curiosa sponda proprio dal cimitero a cui è attaccato: c'è un certo scambio tra chi esce da uno e chi entra nell'altro, rendendo piacevole perfino un momento intimo come una visita ai defunti. Allo stesso modo, il pub e la clientela sembrano molto rispettosi dell'ordine pubblico, evitando di schiamazzare o di sporcare per strada, dove anzi c'è un bel prato in cui potersi sedere. I "gravediggers", tra l'altro, sono quelli che chiameremmo becchini, ovvero coloro che scavano fosse per sepolture. Si può affermare che il pub fosse il loro punto di raccolta e che fosse effettivamente gestivo dai becchini della famiglia Kavanagh, con tutta una serie di racconti e leggende correlate al mondo paranormale.
In tutta questa singolare simbiosi giova il quartiere e si vede, perchè la gente è vestita come può, segnale che magari è uscita di casa in tuta per andarsi semplicemebte a bere una birra con i vicini.


Regna un certo concetto di comunità, come poche volte se ne vedono in giro. Immancabile la presenza di Guinness a dominare le spine, dietro cui si trovano ben 3 generazioni a spillare birra, a quanto pare.
Passare qualche ora qua, con un leggero sole e tanta gente a godersi il pomeriggio, mi ha fatto stare davvero bene. Non potevo concludere questo lungo e pazzo pub crawl nel modo migliore.


Alla fine di questa approfondita avventura a Dublino mi sento di poter puntualizzare certe riflessioni.

  • Innanzitutto, la prossima volta che qualcuno parla dell'estero elogiando la tradizione e la cultura birraria andrebbe costretto a bere dal pub qualunque di quasiasi grande città dal passato glorioso, come Dublino, per fargli comprendere come anche in questi contesti il livello del servizio è appena sufficiente. A Dublino ho bevuto birre perennemente fredde, senza esagerare erano tutte sui 2-4°C nonostante non fossero mai delle lager. Ma è proprio la presenza massiccia di lager, giunte sul mercato massivamente nel secolo scorso, ad imporre certe cattive temperature come standard.
  • La tradizione birraria irlandese è pressocchè morta e sepolta. Non è illogico supporre la presenza di birre in cask anche qui in passato, o di antichi birrifici di stampo farmhouse. La verità è che tra i trascorsi politici complessi dell'Irlanda, a cavallo tra dipendenza britannica e indipendenza orgogliosamente poi ottenuta, si è perso tutto un sottobosco culturale, che neppure le poche e scarne associazioni (come Beoir) hanno provato a recuperare. Il tutto è correlato solo e semplicemente alle stout e alla storia di Guinness, il che sembra un tantino riduttivo.
  • Al contrario di quanto si possa pensare, in Irlanda il cask non è concepito come invece avviene in UK: un po' la contrapposizione culturale e politica tra i due Paesi creano questo divario quasi sprezzante verso un'abitudine così maledettamente british, un po' il fenomeno Guinness ha proposto e ormai installato un'altra abitudine, ovvero quella del nitro, il servizio con carboazoto. Possiamo vederlo come un tratto distintivo prettamente irlandese e che nessuna altra tradizione birraria europea ha realmente mai sposato e forse è questa la vera e propria eredità di questa cultura.
  • Nel solco di questa piccola tradizione, le classiche irish stout sicuramente si difendono molto bene: molte interpretazioni sono degne rappresentanti dello stile ancora oggi, anche su un palcoscenico globale, ma è difficilissimo l'inserimento di birre craft alle spine dei pub a dispetto della solita potenza e prepotenza di Guinness. Il monopolio è schiacciante, non solo dall'alto ma anche dal basso: il consumatore, anche il più scaltro, non lo rimpiange affatto e devo dare atto alla quasi perfezione di un prodotto come la classica stout. Ma è la penetrazione mediatica e lo stalking comunicativo che fanno la gran parte del lavoro, per cui è davvero difficilissimo immaginare per un publican alternative alla madre indiscussa di tutte le birre irlandesi. A me ha fatto letteralmente impazzire la Stout omonima di Brù, segno che sicuramente è una birra che può toccare vette ancora più alte di quella di sir Arthur.



  • In realtà si difendono abbastanza le irish red ale, stile sempre presente per via della posizione dominante di Kilkenny e Smithwick's (ormai unico soggetto economico) nonchè degli esempi di birrifici più piccoli. Non mi è dispiaciuta affatto la Irish Red di JW Sweetman, ma ritengo lo stile possa rendere molto e sia conosciuto da pochissimi, probabilmente gli stessi bevitori irlandesi ignorano quanto sia caratteristica rispetto ad altre ale ambrate. Tempo al tempo.
  • L'eterna lotta craft vs industria che osserviamo e raccontiamo qua in Italia non è sempre presente in questi termini anche altrove. Anzi, spesso è riducibile a un confronto, come sembra accadere anche in Irlanda. Le due bevande non sono la stessa cosa ma hanno lo stesso pubblico, per cui diventa difficilissimo far prevalere le ragioni del craft fatta esclusa la (spesso presente, ma non scontata) qualità. Una delle mosse migliori è buttarla sul modernismo, come molti birrifici che producono birre molto "hazy", attirando una fetta di clientela giovane e scanzonata e che vuole emozioni diverse. Ma se la strada presa dà certi risultati discutibili in termini di piacevolezza, forse non è tutta questa grande idea. In Irlanda la birra non ha bisogno di paroloni per essere venduta, per cui l'artigianalità, se non esasperata, si trova a essere quasi neutralizzata.


  • La nuova scena americana ha avuto la sua onda lunga e la sua influenza è penetrata fortemente anche qui: non mi aspettavo di trovare tante IPA nei pub trendy e tante birre "hazy". Ma in un certo senso questo è naturale in un mercato strettamente connesso a UK, nord Europa e USA. Non mi fa molto piacere, ma mi fa comprendere come tutto il mondo è paese e che dovremmo apprezzare ancor di più la ricchezza del movimento italiano, che ormai non ha eguali in Europa per varietà e serietà dei produttori.
  • Il mercato in Irlanda, concludendo, mi sembra sia stato ormai irreparabilmente rovinato dalle lager di masse e dalle stout di massa: nessuno qui conosce neppure lontanamente il valore di una keller della Franconia, eppure la maggior parte delle birre bevute sono lager e stout dei grandi colossi internazionali: con tali condizioni, il servizio alla spina risulta davvero disastroso ma incolpevolmente il bevitore si è assuefatto e non può avvertire nessuna mancanza.

Gli stimoli sono stati tanti, le riflessioni si sono affacciate ad ogni sorso e ogni sguardo incrociato al bancone. Nonostante possa intuirsi un filo di dispiacere, il mondo dei pub irlandesi ha sempre qualcosa in grado di far sognare e assecondare l'atmosfera giusta per una birra.
Prima o poi spero di tornarci, sperando qualcosa possa essere anche minimamente migliorato.


Cheers!