I 5 motivi per cui un birraio non dovrebbe mai abbandonare l'homebrewing

Sono ben due gli anni trascorsi da quando ho cominciato a produrre birra professionalmente.
Da allora le mie energie quotidiane sono concentrate naturalmente su questa passione che si è incredibilmente e inaspettatamente trasformata in un lavoro.
I dilemmi su ingredienti, processi e dettagli produttivi sono all'ordine del giorno quando ci si prefigge di produrre una birra che sia non solo buona ma anche in grado di emozionare nonostante la grande offerta presente sul mercato.
Per forza di cose, il carico di lavoro settimanale mi ha consentito poche volte di prendere i miei pentoloni e continuare a produrre birra in casa.


L'ho fatto 2 volte negli ultimi 2 anni, producendo una volta una birra ispirata alle norvegesi vossaøl e l'altra una belgian golden strong ale con lievito recuperato e ricoltivato da fondi di birre di De Dolle.
I risultati ottenuti non mi hanno fatto impazzire anche per errori banali dovuti a fretta e voglia di finire e forse anche questa causa, unita alle poche energie materiali del fine settimana, mi ha un po' allontanato da quello che era ed è ancora attualmente il mio unico hobby.


Recentemente, complice una nuova sistemazione che ho organizzato in garage, voluta fortemente proprio per concedermi qualche chance di ripartenza, ho deciso di riprendere i pentoloni in mano e lanciarmi in qualche produzione.
Non sarà qualcosa che procederà con il ritmo dei migliori anni del passato, in cui producevo più di una decina di cotte da 23 litri all'anno, ma rilanciandomi in occasione della X Giornata Nazionale dell'HomeBrewing dello scorso ottobre sento di aver realmente ripreso a pensare alle produzioni casalinghe.


Anzi, credo proprio di doverlo fare e che non possa che essermi utile anche per i risvolti sul lato professionale.
Credo che un birraio possa e debba tenere le pentole ancora in attività, che siano quelle storiche usate da sempre oppure nuove attrezzature utili più a simulare un impianto pilota.
Le ragioni e gli stimoli li possono essere diversi e li riassumerei in questi:

Produrre una nuova birra da zero
Non tutti i birrai sono sicuri di avere delle buone idee e di poterle immediatamente lanciare sul mercato. Innanzitutto perchè si possono commettere errori tecnici e poi perchè spingendosi nella sperimentazione non è detto che ci si becchi sempre. A volte può semplicemente succedere di non aver mai prodotto una birra secondo un determinato stile o seguendo una certa tradizione, per cui rischiare una produzione di qualche ettolitro può essere un'incognita troppo grande.


Non è raro il caso di piccole cotte su impianto pilota in birrificio, costruito in modo che segua su più aspetti possibili le caratteristiche dell'impianto vero e proprio e dei fermentatori. Ma non è semplicissimo, innanzitutto per i costi che questi avrebbero, dovendo essere di acciaio e non di plastica come spesso avviene in homebrewing. Tuttavia, qualche parallelismo può comunque svilupparsi, facendo attenzione a prendere con le pinze fattori come efficienza e le dinamiche di fermentazione, tutte legate a diversi rapporti tra volumi, superfici di contatto, forme e dimensioni di tini e fermentatori.

Inserire piccole variazioni produttive
Le novità del mercato in termini di nuovi ingredienti portano facilmente a pensare a come sarebbe una determinata birra se invece di un malto, di un luppolo o di un lievito (o magari di una combinazione di questi) ce ne fossero altri fino a quel momento mai impiegati. Immaginare una bitter con un malto Golden Promise invece del classico Maris Otter, una IPA con l'ultimo luppolo sperimentale al posto di un "classico" Mosaic, una saison con un nuovo blend di lieviti invece che con il classico Belgian Saison, e così via.
 
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Anche qui, serve una certa dose di coraggio per farlo su grandi quantitativi di birra, destinati allo stazionamento di qualche mese in magazzino. Produrre in piccolissime quantità, invece, evita senza dubbio patemi d'animo, donando probabilmente quel minimo stimolo indispensabile nel momento in cui c'è da alzarsi presto anche nel weekend per buttarsi a capofitto nella produzione quando si potrebbe anche fare altro.
Non è un compito facile e ci vuole davvero tanta pazienza e dedizione, ma certamente può servire a togliere al birraio quel tarlo dalla testa e mettere in pratica una suggestione per poi, eventualmente, portarla in birrificio e cambiare in meglio una birra presa di mira.

Spingersi con grandi variazioni
È più frequente di quello che si pensa fantasticare su alcuni B-side delle produzioni birrarie. Per esempio, pensare ad una imperial stout da far maturare in botte, ad una birra di frumento a cui unire frutta, ad una stout a cui aggiungere un particolare caffè, magari seguendo qualche innovativa tecnica. Qui è davvero la prudenza e a tenerci a bada e ad impedire di fare la sciocchezza ipotizzata direttamente in birrificio. Ma lasciare spazio a queste suggestioni può rivelarsi anche una buonissima idea, da approfondire e valutare con sguardo aperto e oggettività.
Lavorare in ambito casalingo qui aiuta tantissimo, permettendo di dividere una cotta in due o più parti, magari azzardando anche l'uso di lieviti non convenzionali e particolarmente delicati da gestire (Bretttanomiceti, Lattobacilli ecc...).


Non è raro il caso in cui riesco a sottrarre un po' di mosto da cotte in birrificio per farlo fermentare con un mix di lieviti differenti tra loro nei comodissimi FastFerment (link).

Costruirsi una riserva di birra personale
Qualche volta non è scontato che si possa bere la stessa birra prodotta in birrificio. Se come nel mio caso non si è titolari dell'attività o se invece leggi e mercato non consentono di privare il magazzino di qualche cartone, la strada è quella di tornare alla produzione casalinga.
Sicuramente il carico di lavoro aumenta, ma la possibilità di gestirla senza alcun obbligo economico riporta ad una dimensione puramente edonistica, magari restituendo un aspetto che nel tempo si rischia di perdere.


Mal che vada, anche nel caso che qualche produzione prenda una piega non molto positiva, una cosa è pur certa: quella birra difficilmente finirà in lavandino. Tra regali ad amici, cene di gruppo o come ultima spiaggia l'uso in cucina nelle preparazioni di qualche piatto, c'è sempre un modo di impiegarla.

Liberarsi dall'ansia
Diciamolo...fare birra in casa è tutta un'altra cosa.
Nessuno a cui dar conto, nessun cliente, nessun collega, nessuna ansia da prestazione e solo tanto spazio alle idee, all'esecuzione e alle sensazioni personali.
È vero che nello stesso tempo si possono produrre da molti ettolitri a solo pochi litri.
È vero che si rischia di sottrarre ulteriore tempo libero alla vita personale.
È vero che produrre con un impianto casalingo, senza pompe e senza comodità in fase di pulizia, fermentazione e lavaggi rischia anche di essere più faticoso.


Non mi sembra di essere il solo a sentire di non dover abbandonare il legame con l'homebrewing. Anche le birre prodotte in maniera sperimentale e hobbystica all'interno del birrificio per me restano birre homebrewed, perchè l'approccio è quello di valutare il risultato finale solo in termini esperienziali e non legati al piacere da parte del bevitore. Il riferimento in questo approccio è sempre The Mad Fermentationist, che in un suo post si mette in gioco confrontando quello che fa a casa con quello che viene fuori dalle sue pentole.

Ma la possibilità di divertirsi, svincolarsi, rinchiudersi nel proprio garage e buttar giù un'idea non ha paragoni con nessun altro vantaggio che il birrificio indubbiamente ha anche.
Che sia la prossima grande intuizione o l'esecuzione della propria birra del cuore, l'homebrewing porta emozioni difficili da spiegare e soprattutto da replicare!